La Buioterapia

La Buioterapia per vedere al buio

La storia della Buioterapia

Un’emozione unica. Tutti i sensi attivati,

tutto il corpo in movimento ad ogni nota.

Senza parole, solo sensazioni.

(dal Guestbook del Concerto al buio)

La Buioterapia nasce nell’ambito dell’esperienza del Concerto al Buio, uno spettacolo nato dall’iniziativa della Onlus “Unione Nazionale Italiana Volontari Pro Ciechi” (UNIVoC) di Caserta,  il cui intento era quello di avvicinare i vedenti alla modalità di ascolto dei non vedenti.

Il concerto avviene nella più profonda oscurità dove sia il pubblico che i musicisti si sperimentano nell’esecuzione e nell’ascolto, privati del senso della vista. Successivamente i luoghi magici e ricchi di memorie del sottosuolo napoletano hanno offerto al concerto la preziosa rarità del buio pesto divenendo la naturale location dell’esperienza. Il concerto si è così trasformato in una forma di evento unico dove l’equilibrio tra buio, musica e relazione custodisce in sé una forza terapeutica nuova.

La Buioterapia rappresenta il termine di una esperienza e l’inizio di una riflessione e di uno studio sulla cura della persona tramite l’integrazione di questi tre elementi.

Possiamo dunque definirla come un’innovativa modalità terapeutica che utilizza il buio come strumento per la conoscenza e la cura del sé.

Il termine Buioterapia include in sé le due parole intorno alle quali si sviluppa tutta questa riflessione. La terapia è l’arte della cura del sé, un incontro tra terapeuta e paziente dove la relazione terapeutica apre a modi autentici di pensare, sentire e agire.

Il buio è una dimensione psicofisica peculiare nella quale, perso il senso della vista, si acquisisce una nuova consapevolezza del sè e di ciò che ci circonda, diventando un luogo privilegiato dove il viaggio, nelle profondità della propria persona, può assumere una forza peculiare. Al buio si perdono tutti i riferimenti noti ed i confini tra dentro e fuori è come se si annullassero, l’invisibile si libera per diventare visibile. Senza tempo e senza spazio tutto è connesso, infinite immagini, percezioni, odori, rumori che, nell’incontrarsi, creano nuovi significati della realtà. Grazie a questa proprietà specifica del buio di attivare tutti i sensi in modo unico, la persona si predispone al cambiamento e alla sperimentazione di possibili percorsi di guarigione. Con questa intendiamo il curare, proteggere, coprire, secondo l’originaria accezione riconducibile all’antico germanico warjan (mettere al riparo, difendere, proteggere), e alla radice var (guardare o anche coprire). La Buioterapia è, in tal senso, una pratica terapeutica che si occupa della cura della persona e che accompagna il soggetto nell’esperienza di guardare e riconoscere parti di sé, preservarle, difenderle, coprirle, diventarne consapevole e dunque capace di prendersene cura per creare il proprio futuro. Questo processo si realizza grazie alla relazione di fiducia tra il conduttore e la persona o il gruppo.

Le appartenenze scientifico-culturali della Buioterapia

Un’esperienza sensoriale unica,

commovente, emozionante.

Uno dei più grandi viaggi

nell’anima, della mia vita.

(dal Guestbook del Concerto al buio)

La riflessione sulla Buioterapia nasce nell’ambito della visione sistemica e si nutre dell’idea di complessità ben rappresentata dall’essere umano. Questi è, infatti un sistema complesso fatto di tante parti diverse tra di loro, ma strettamente interdipendenti e interconnesse. Ognuna di queste parti è comprensibile solo attraverso uno sguardo d’insieme che tenga conto delle connessioni tra tutte le parti (von Bertalanffy, 1977). Ogni essere umano deve essere osservato con le lenti dell’inscindibilità delle due dimensioni mente-corpo (Capra, 1988) la cui unione crea armonia e benessere contrapposta alla disarmonia e al malessere che nascono dalla loro divisione (Baldascini, 1985).

Una manifestazione di scissione e malessere sono i sintomi che possiamo definire come “la rappresentazione simbolica di un’emozione bloccata e non vissuta” (Baldascini, 1985). L’emozione è caratterizzata da un processo che necessita di essere realizzato fino alla fine: sentire l’emozione, attraversarla e relativizzarla. È necessario un tempo e uno spazio per narrarla, condividerla e poi lasciarla andare o trasformarla per dare spazio ad altre emozioni. Se questa trasformazione non avviene l’emozione rimane ferma, come in attesa di concludere il suo processo e, con il tempo, questo spazio di attesa diventa piccolo e saturo e, non essendoci più il motivo contingente che l’ha prodotta, l’emozione assumerà le sembianze di un sintomo come un dolore fisico, un pensiero fisso, l’incapacità di provare altre emozioni, ecc.

Questo processo di evoluzione delle emozioni si realizza nelle relazioni e le emozioni vissute grazie a questi legami caratterizzeranno il modo di stare al mondo del soggetto. L’idea di fondo è che la persona nasce in relazione e cresce nutrendosi di legami per tutta la vita; gli stessi che hanno il potere di farlo crescere felice e sano o di farlo ammalare, (Baldascini, 1993). Molti studi nell’ambito delle neuroscienze e della psicoterapia sistemico relazionale, confermano l’importanza della relazione e mettono in evidenza come il legame tra le persone abbia un valore fondamentale non solo nella soddisfazione del bisogno di essere con l’altro, insito in ogni essere umano, ma anche nel processo di cambiamento delle strutture neurologiche, fisiologiche e biologiche del corpo umano (Capra, 2017). 

La Buioterapia si fonda sulla cura della relazione (tra partecipanti e con i conduttori) vissuta in una condizione specifica che è il buio. Durante l’incontro la musica e le parole fanno da collante tra le persone e tra la persona e i propri vissuti, ricordi, pensieri. Grazie a questa specifica relazione ognuno può dare un nuovo senso alle proprie emozioni e può farle fluire riconquistando l’unitarietà tra mente e corpo. Il sintomo perderà di significato e, non avendo più un motivo per esistere, lascerà il campo allo stato di benessere.

Questa sensazione di bene-essere è data dalle caratteristiche stesse della dimensione vissuta. Il buio assume, infatti, le sembianze dell’utero materno. Il feto pur non vedendo riesce a sentire l’amore, la cura, il calore, le vibrazioni, i suoni, il nutrimento, immerso nel liquido amniotico e al buio. La vita in utero è l’esperienza più importante, è l’esperienza estetica per eccellenza e l’uomo, “una volta fuori dal grembo materno, la cercherà per tutta la vita nelle sue relazioni” (Baldascini, 2019), nel suo fare, pensare e sentire. Al buio è come se si ri-attualizzasse quella originaria relazione d’amore grazie alla quale noi siamo vivi.

Le caratteristiche della Buioterapia

La musica parla attraverso le corde…

incalza nell’anima

e fa riaffiorare ricordi lontani,

ma presenti nelle stanze del nostro mondo.

(dal Guestbook del Concerto al buio)

La pratica della Buioterapia si caratterizza per l’innesto tra la musica suonata e ascoltata al buio, la voce che accompagna attraverso la parola che funge da plettro per far risuonare dentro emozioni e ricordi e il buio che è la dimensione che raccoglie e determina il tutto.

L’intuizione di base è che, grazie a questo innesto, la permanenza al buio, ripetuta nel tempo, ad intervalli regolari assume le sembianze di un percorso terapeutico, di una relazione di cura. Il buio diventa un Setting terapeutico all’interno del quale realizzare un percorso di crescita del proprio sé nella sua dimensione corporea, emotiva e cognitiva. La crescita è un processo che si realizza quando la persona è messa in condizione di poter esplorare il proprio mondo emotivo invisibile, riconoscere parti di sé e accoglierle come proprie e infine dare nuova forma a quegli aspetti di sé fissi e ripetitivi che si oppongo a qualsiasi cambiamento, è un percorso che si realizza con l’altro che contiene, sostiene e spinge in avanti verso l’evoluzione.

L’essenza del buio

Il buio è per la terapia il silenzio nella musica, lo stop in una sequenza coreografica: è l’esperienza del vuoto. Ma il silenzio nella musica non rappresenta mancanza di musica e lo stop in una sequenza coreografica non rappresenta assenza di movimento, come il buio non rappresenta il nulla e il vuoto, nell’accezione di “assenza di”.

Il vuoto da un punto di vista psicologico è l’anticamera del cambiamento. Se non si crea il vuoto dentro di noi, il vuoto di emozioni, sentimenti, pensieri, movimenti non c’è possibilità di innestare il nuovo.

Poter sperimentare il vuoto in un percorso di Buioterapia, dove l’altro (conduttore o membro del gruppo) condivide la stessa condizione, permette al singolo di assumersi il coraggio di stare nel vuoto che significa non avere le solite certezze e soprattutto sapere attendere prima di ri-vedere in modo rinnovato. Coraggio, attesa, novità sono elementi di questa esperienza che aiutano il soggetto a porsi nei confronti di sé stesso come un ricercatore. Come il ricercatore per i suoi studi si pone un obiettivo, studia, osserva, fa ipotesi e le verifica sul campo, rispetta l’oggetto del suo lavoro fino alla scoperta che diventa gioia, il nostro soggetto è un ricercatore e l’argomento della sua ricerca è se stesso verso il quale si porrà un obiettivo (conoscersi e crescere), studierà quello che emerge (si metterà in ascolto delle emozioni, dei pensieri e dei ricordi che man mano emergeranno dal suo mondo emotivo), osserverà (imparerà a guardare al buio quello che appare), farà ipotesi che l’esperienza stessa confermerà o disconfermerà e infine sentirà un profondo rispetto e amore per sé stesso oggetto della sua ricerca.

Il vuoto-buio emotivo dunque non è assenza di noi, ma spazio silenzioso dove lasciare che prenda forma nuova il nostro modo di sentire e vedere il mondo dentro e fuori di noi.  

Al buio, privati della vista, non si hanno più riferimenti e come se non ci fossero confini tra dentro e fuori. Il buio è a-temporale e a-spaziale: una sorta di luogo senza gravità, un sogno. È come stare nello spazio dove lo spazio e il tempo non hanno le stesse note caratteristiche terrene, dove la assenza di gravità rende gli uomini fluttuanti. Nello spazio-sogno come nel silenzio-buio tutto è in relazione, ma tocca all’autoriflessione creare paesaggi (connessioni) tra l’infinità di immagini, percezioni, odori, rumori che il silenzio-buio offre, dare un senso nuovo a queste relazioni per vivere il proprio presente e il proprio futuro.

La caratteristica di a-temporalità e a-spazialità sono due proprietà dell’inconscio (Jung, 1977) dove il tempo e lo spazio diventano concetti relativi ed ecco che i personaggi del passato assumono le sembianze del nostro presente parlandoci del possibile futuro, o una condizione vissuta tempo prima ritorna collegata ad elementi del presente. Anche nel sogno possono apparire personaggi del passato vivi o morti come se non ci fossero confini tra passato, presente e futuro, tra dentro e fuori, tra mondo dei vivi e mondo dei morti, il sogno è un palcoscenico dove ogni volta si mette in scena un atto della commedia della nostra vita. Al buio l’esperienza di non riuscire a percepire i propri confini fisici è come se ci proiettasse su questo palcoscenico, ma questa volta non siamo addormentati, ma svegli e presenti a quello che stiamo mettendo in scena. Possiamo da svegli indicare una direzione nuova alla scena che stiamo scrivendo. Al buio si può dunque sognare pur essendo vigili, esercitando il proprio cuore al mandato originario che ci vede esseri nati dal sogno dei nostri genitori, individui che vivono un tempo su questa terra con l’unica finalità di realizzare una vita da sogno ogni giorno.

Una persona immersa nel buio vive un’altra sensazione peculiare che è data dal non vedere più i propri confini fisici e i movimenti del corpo, che al buio diventano rallentati, è come se si estendessero lontano da noi, quasi a propagarsi nel buio che ci circonda. Quando un gruppo si riunisce in una stanza al buio vive la sensazione che i corpi dei singoli è come se si propagassero nella stanza. La forma che il gruppo di Buioterapia assume è dunque data da questo unico corpo che prende forma dall’incontro tra i corpi dei singoli. Se un corpo non ha più i confini propri e si innesta con i corpi degli altri il singolo sarà sia la persona di sempre che le persone che sta incontrando. Dunque la forza dell’altro diventa anche la mia, come la fragilità di uno diventa la rappresentazione della fragilità di tutti. Questo riconoscersi nell’altro, appropriarsi dei suoi aspetti che sono anche i miei, dividere con gli altri quello che sento come il mio peso, ha un valore esperienziale fondamentale nel percorso di evoluzione del sé che consiste nell’attivare un processo di relativizzazione della realtà che viviamo e la conseguente non identificazione con quello che proviamo, che facciamo o che pensiamo.

A conferma di questa intuizione alcuni studi sulla deprivazione sensoriale evidenziano che il buio, da un punto di vista fisiologico, contribuisce all’attivazione dei processi descritti fin’ora e innesca una serie di meccanismi che contribuiscono alla salute della persona. Al buio, per esempio c’è una produzione di melatonina (un ormone naturale prodotto dalla ghiandola pineale localizzato nel cervello) che aiuta nella regolazione e controllo dell’orologio interno che governa i ritmi naturali; ha effetti sul sistema ormonale, immunitario e nervoso; facilita i trattamenti di malattie varie e favorisce i sogni vividi (Sahelian, 1995). Il mantenimento dei ritmi circadiani richiede periodi di buio affiancati a periodi di luce (Barbalace, Gugliermetti, Lucchese, Bisegna, 2012). Questi e altri studi ci sostengono nell’ipotesi che la dimensione del buio è importante e, in alcuni casi anche necessaria per il raggiungimento di uno stato di benessere diffuso della persona.

La musica al buio

La musica, come tutte le forme d’arte, ha insito in sé la capacità di condurci in ogni dove, al buio, per incanto, penetra attraverso tutti i sensi, avvolge, accarezza, strattona, la si può percepire dappertutto, la si avverte senza vederla. In tale accezione l’ascolto di essa diventa un processo psicofisiologico, un incontro tra corpi musicali. Questo incontro è ben descritto nella teoria del musicista e psichiatra argentino Benenzon il quale afferma che ogni individuo ha una ISO, un’Identità Sonoro musicale, che rappresenta il suo vissuto sonoro. Ogni individuo è unico e irripetibile in ogni suo aspetto e il suo “carattere sonoro” è contraddistinto da specifiche caratteristiche e peculiarità sonore, una vera e propria “impronta sonora”. L’ISO riassume in sé le energie sonore insite nel nostro patrimonio genetico e quelle che derivano dalle nostre esperienze corporeo-sonoro-non verbali, a partire dai primi mesi di gestazione e per tutto il periodo della nostra vita. (Bateson, 1977).

L’ISO è un concetto dinamico e storico al tempo stesso. L’identità sonora ha la caratteristica di essere infinita, come lo è l’inconscio. Contemporaneamente però appare definita nella relazione laddove l’ISO dell’uno incontro quello dell’altro che reagirà con un feedback alla comunicazione attivata (Benenzon, 2007). Nell’incontro l’ISO, che è un nucleo energetico plastico, subisce continui ampliamenti e rimodellamenti ed è grazie a questo che l’uomo può auspicare ad una continua evoluzione e trasformazione.

Il corpo umano è dunque musicale e possiede dei ritmi, delle vibrazioni, delle sonorità propri. Quando lo stimolo esterno penetra attraverso gli organi di senso (la musica ascoltata al buio) nel corpo si attivano le risonanze, i ritmi propri del corpo è come se si riconoscessero nel ritmo esterno e iniziano a suonare insieme alla musica. Michele Fiori afferma “…la musica diventa tale quando una persona la ascolta e crea una immagine sonora; in una parola la decodifica e crea una immagine mentale… Decodificare è imitare, ricreare “dentro di sé” una forma. Entrare in contatto con l’esperienza musicale significa ricrearne le componenti (ritmo, timbro, armonia, melodia) in uno spazio immaginativo sonoro… Questo processo prende appunto il nome di Decodificazione Imitativa. In tal modo non ascoltiamo solo dei suoni che semplicemente coesistono, ma attribuiamo loro una forma unitaria, una variazione di tensione, una coloritura emozionale. La musica produce “piacere da integrazione”. Decodificare la musica porta ad un processo che … è piacere dell’integrazione e dell’unità delle parti. In una parola, il piacere della musica è piacere di sentirsi persona integra.” (Fiori, 2007). Possiamo dire che l’ascolto della musica attiva il corpo fisico e il mondo emotivo ricercando l’integrazione delle parti, la quale si raggiunge attraverso un lento processo di rappresentazione delle singole emozioni, che attivano singole sensazioni e singoli pensieri e in una ricerca di connessione tra di esse.

Il buio sostiene questo processo grazie alla peculiare condizione di assenza della vista che aiuta una attivazione più complessa dell’uditore libero da schematismi e pre-concetti che possono scaturire dalla visione del musicista e del contesto in cui si realizza la musica. Dunque annullata la vista, che dopo l’udito è il senso con il quale, per lo più, ascoltiamo un brano musicale, il corpo si trova in una condizione di disagio (il non vedere) che può contrastare con l’attivazione di più organi sensoriali contemporaneamente. La percezione di una sensazione attraverso gli organi di senso attiva l’elaborazione di immagini e il conseguente collegamento di queste sensazioni e immagini con le emozioni ad esso connesse produce un pensiero (Bion, 1961). La conoscenza al buio può essere molto ricca quanto ricche sono le stimolazioni innescate dall’attivazione di più sensi contemporaneamente.

La musica suonata e ascoltata nei percorsi di Buioterapia è Musica d’autore (Alfredo edo Notarloberti, compositore e violinista) e presenta movimenti di tensione/distensione creati dagli elementi musicali: il ritmo, la melodia, il volume. La musica crea una tensione che man mano aumenta fino a raggiungere un apice per poi trovare la risoluzione a quella tensione.

Come nella musica così nel corpo questi cicli si ripetono. Nel corpo il battito cardiaco o il respiro sono, per esempio, manifestazioni di questo fenomeno: i polmoni si gonfiano fino a raggiungere la tensione massima (inspirazione) e poi si distendono per arrivare alla tensione minima (espirazione), il cuore si contrae e si rilassa. Il fenomeno tensione/distensione è, per esempio al centro della musicoterapia perché la musica porta il corpo nell’ambito di un fenomeno analogo usando i propri elementi di tensione e distensione.

Questa dimensione avviene contemporaneamente anche per le emozioni suscitate dalla musica, che nascono collegate ai temi musicali. Durante ogni brano l’emozione, e con essa, i vissuti, i pensieri, i ricordi, le immagini, hanno un tempo di presentazione, un tempo di evoluzione, un tempo di espressione massima e un tempo di distensione. Da un punto di vista psicologico con questo processo la persona si esercita a rimanere in contatto con se stesso e con le proprie emozioni, lasciando che queste si esprimano nella loro pienezza, imparando così a conoscerne tutte le sfaccettature e non rimanendone prigionieri e in balia del mondo emotivo che verrà attivato da ogni stimolazione esterna e interna non permettendo nessuna evoluzione della persona.

Il gruppo

Un viaggio per andare oltre.

Con la musica si apre il sè.

Al buio si accendono i sensi.

Quante cose ho visto al buio.

(dal Guestbook del Concerto al buio)

Il percorso di Buioterapia si realizza con l’altro che sia il conduttore o il gruppo. È la relazione che offre la possibilità di vivere un processo di evoluzione attraverso la definizione di ciò che siamo e di quale visione abbiamo della realtà che ci circonda. Questa crescita avviene come scrive Luigi Baldascini “attraverso legami di appartenenza che consentono mobilità ed evoluzione. I legami di appartenenza, infatti, forniscono una rete di rapporti interpersonali indispensabili…Grazie ad esso è possibile stabilire comunanze senza generare dipendenze, riconoscendosi nel gruppo senza confondersi con esso. Questo legame garantisce di essere parte di più universi relazionali che fungono da sostegno, protezione e luoghi di apprendimento durante la crescita del soggetto.” (Baldascini, 2005)

Il gruppo di Buioterapia presenta delle sue peculiarità che facilitano la ricerca individuale del sè. Infatti il gruppo reso non visibile, diventa come un palcoscenico immaginario popolato dalle emozioni di ognuno, dai ricordi di paesaggi, persone, eventi che ognuno rievoca grazie all’ascolto della musica e ai temi esistenziali descritti in essa. Il conduttore di questo gruppo, nel tempo dell’ascolto della musica al buio, è il musicista che accompagna le persone dall’inizio alla fine, descrivendo le tematiche, suonando e creando quel clima di fiducia che aiuta i singoli a stare al buio. Il sentimento della fiducia si propaga nel buio grazie all’effetto cassa di risonanza che il gruppo rappresenta in un andamento che dal singolo va verso il gruppo e dal gruppo torna al singolo.

Le tematiche proposte è come se richiamassero dal mondo emotivo di ognuno i personaggi (Luigi Badascini, 2019) che nella vita hanno incarnato questi temi e lì nel buio si possono ri-incontrare e ri-pensare. È possibile rivivere le emozioni ad essi connesse e a volte mai sentite fino in fondo. Il gruppo ha in sé una dimensione rievocativa e trasformativa. Rievoca le nostre appartenenze a gruppi di vario genere: dal più piccolo e prossimo gruppo familiare, al gruppo di amici ai gruppi di lavoro, i gruppi di svago, fino al gruppo degli esseri umani, e alla natura nella sua eccezione più vasta. Tutti questi gruppi richiamano appartenenze significative nella misura in cui ognuno, man mano crescendo, si è potuto definire fino a giungere alla persona che è in quel momento, in quell’incontro. Questa forza dell’appartenere permette di accettare la sfida di resistere al buio e viversi l’esperienza mettendo un altro tassello importante alla propria evoluzione come essere umano. È il gruppo che ci aiuta a vivere l’esperienza fino in fondo e che ci offre la possibilità di attuare la suddetta trasformazione.

Conclusione: l’unione degli opposti buio e luce

Quando si spegne la luce si crea disorientamento e quando si riaccende annebbiamento della vista. In entrambi i casi questa condizione di disagio, che dura pochi istanti, all’inizio è foriera di un primo grande cambiamento: il percepire l’esigenza e poi lo scegliere di fare qualcosa per sopravvivere al disagio di non vedere adattandosi alla nuova situazione. Ma questa condizione dura poco, quello che il buio fa vedere rinnova i propri occhi e una volta fuori dal buio c’è la consapevolezza di non poter più avere lo stesso sguardo di prima. Anche il disagio causato dal ritorno della luce dura poco perché si sperimenta la consapevolezza di poter guardare la stessa realtà illuminata di una luce più autentica.

La finalità più generale dei percorsi con il buio è quella di contribuire alla sperimentazione e realizzazione di percorsi di benessere alternativi e complementari ai percorsi di cura più specifici, offrendo la possibilità al singolo utente di divenire più consapevole di sé e della propria struttura emotiva profonda, più capace di comunicare nell’ambito delle sue relazioni e quindi più centrato sulla sua persona nella complessità, trasformandosi da fruitore di percorsi di cura in attore protagonista della sua vita.

Nel buio pesto…la pienezza.

Perdere la vista e riconquistare la vita.

(dal Guestbook del Concerto al buio)

Bibliografia

Baldascini L., Vita da adolescenti. Gli universi relazionali, le appartenenze, le trasformazioni. Franco Angeli, Milano, 1993

Baldascini L., Legami terapeutici. Il terapeuta della famiglia nella psicoterapia individuale-sistemica.  FrancoAngeli, Milano, 2002

Baldascini L. La psicoterapia sistemica relazionale con il gruppo, 2005

Baldascini L., Riflessioni gruppo di didatti, 2019

Barbalace, Gugliermetti, Lucchese, Bisegna, Studio per la valutazione degli effetti della luce sugli esseri umani, Report RDS, Sapienza, Enea, Ministero Sviluppo Economico, 2012

Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1977

Benenzon, di Rolando O. Benenzon, E. D’Ulisse, e al, La parte dimenticata della personalità Nuove tecniche per la musicoterapia, Ed Borla, 1 apr. 2007

Bertalanffy L. Von., Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni, ISEDI, Milano, 1971 

Bion Wilfred R., Apprendere dall’esperienza. Armando Editore, Roma,1961

Bion Wilfred R., Esperienze nei gruppi ed altri saggi. Presentazione di F. Corrao e S. Muscetta. Armando Editore, Roma, 1971 

Capra F., Verso una nuova saggezza, Feltrinelli Editore, Milano, 1988

Capra F., La rete della vita, 2017

Fiori M., Il corpo è musica la musica è corpo, Associazione culturale “Anton Rubinstein” Anno IV n. 3 – maggio 2007

Jung Carl Gustav, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, trad. it. di E. Schanzer e A. Vitolo, Bollati Boringhieri, 1977

Sahelian Ray, Melatonina il sonnifero naturale, Tecniche nuove, MI, 1995

La Storia del Puntino

La storia del Puntino

di edo e Maria

C’era una volta uno stregone, innamorato di una bella Principessa, chiese di poterla sposare. Alla richiesta dello stregone, la bella Principessa disse:

Se tu troverai parole tanto dolci da persuadere il mio cuore, io ti amerò per sempre”.

Lo stregone le provò tutte, mise insieme le parole più dolci del mondo, le più tenere e amorose che conosceva, ma aveva un cuore arido e crudele e per questo non riuscì a persuadere la bella principessa e cosi lei lo rifiutò.

Lo stregone, adirato e offeso da tale rifiuto, fece un terribile incantesimo:

“Che tutte le parole d’amore del mondo siano distrutte e nessuno ne abbia più memoria!”

Poi rivolto alla Principessa disse:

Ti condanno a vivere in un mondo di silenzio, le tue orecchie non udranno più nulla! Solo chi innalzerà al cielo le parole più dolci e tenere che io non seppi dire, ti libererà dall’incantesimo!

In quello stesso momento tutti gli uomini dimenticarono le parole d’amore e quelle stesse parole scomparvero da tutti i libri della terra, gli amanti rimasero muti ed i poeti senza versi.

La Principessa rimase sorda, isolata dal mondo, senza poter udire alcuna parola ed il mondo rimase senza parole d’amore.

Ma da qualche parte, in qualche luogo, un Musicista, innamorato segretamente della Principessa, stava scrivendo l’ultima parola della sua canzone d’amore a lei dedicata, proprio quando avvenne l’incantesimo, e fu lì, proprio in quel momento, che successe qualcosa di straordinario: il Punto che concludeva la canzone scampò all’incantesimo salvato dal troppo amore del musicista.

Così, quel piccolissimo Puntino si salvò e ricordava perfettamente tutte le parole della canzone da cui proveniva.

Esiste un luogo misterioso dove abitano tutte le parole del mondo ed in ognuno di noi c’è una porticina nella nostra testa, dove quelle parole entrano. In quel meraviglioso mondo abitato da parole c’era un’antica foresta, la foresta delle parole d’amore. Nel cuore della foresta c’era un castello imponente le cui mura erano bianche come l’avorio e le torri alte come montagne.

Tutto fu distrutto dall’incantesimo; lettere smarrite vagavano tra gli alberi non ricordando più le parole da cui provenivano; tutte le parole d’amore del mondo, sparpagliate in migliaia di lettere senza memoria.

Quel Puntino si ritrovò cosi a vagare nella foresta tra le lettere smarrite, e decise che avrebbe ritrovato tutte le lettere di tutte le parole della canzone e le avrebbe messe insieme una dopo l’altra, avrebbe aperto la porticina che portava alla testa del Musicista innamorato della Principessa e l’incantesimo sarebbe stato sciolto.

Il Puntino continuò a camminare, incontrò lettere maiuscole e minuscole, vocali e consonanti, le acca mute e quelle aspirate, ma nessuno gli dette retta.

Con grande enfasi diceva alle lettere che incontrava che lui avrebbe potuto salvare la Principessa, che lui sapeva come fare!

Ma le lettere, infastidite, non gli davano neanche il tempo di parlare e gli rispondevano che lui era soltanto un puntino: come può un puntino saperne di parole d’amore!

Giunse senza neanche accorgersi alla porta del castello dove abitava il Re delle parole d’amore.

Quando le parole d’amore esistevano ancora, il Re sceglieva le parole giuste da far passare dalla porticina che conduceva ai pensieri degli uomini.

Il Puntino vide tutte le lettere in fila davanti al portone del castello, una fila interminabile. Tutte in attesa che il Re ricordasse almeno una parola d’amore.

Il Puntino decise di percorrere rotolando tutta la fila, nessuno lo avrebbe notato piccolo come era, ed arrivò vicinissimo all’enorme porta del castello e fu lì che vide una Nota musicale.

Pensò: Che ci fa una Nota musicale nel mondo delle parole d’amore?

E si accorse che quella Nota, piangeva!

 “Perché piangi?”

Le chiese.

Cosa vuoi saperne tu?”

disse la Nota

Ti direi cose a cui non crederesti, ma voglio rivelarti un segreto: io so come liberare la Principessa dall’incantesimo, ma da sola non posso e nessuno mi crede!”

Il Puntino la guardò con attenzione e disse

Io! Io ti credo, ed il mio cuore mi ha condotto a te.”

continuò

“Anche io so come scogliere l’incantesimo, io sono l’unico che ricorda le parole d’amore perché mi sono salvato dall’oblio dell’incantesimo!“

La Nota musicale fu come svegliata da un torpore, si tirò su e disse:

Allora tu sei quel Puntino che chiudeva la canzone!!! Ti ho cercato dappertutto, ecco perché sono qui, io sono l’ultima nota della canzone, ed ero legato a te fino a quando l’incantesimo non ci ha separati!!

La Nota musicale si asciugò le lacrime e sorrise, come solo una nota che trova la parola che gli mancava da sempre può sorridere, ed anche se davanti a sé vedeva un Puntino e non una parola, sorrise ugualmente, perché le avevano insegnato che il cuore, riesce a guardare oltre quello che gli occhi riescono a vedere!

La Nota disse al Puntino:

“So come convincere le lettere a starti ad ascoltare, dobbiamo andare al castello e convincere il Re”.

Quello stesso giorno il Puntino e la Nota musicale riuscirono ad entrare al castello, nessuno si accorse di loro.

 Il Re era disperato!

Aveva perso tutto il suo regno di meravigliose parole e dal giorno dell’incantesimo non faceva altro che chiamare al suo cospetto le lettere e provava a formare parole creando sequenze casuali con l’augurio di poter formare qualche verso d’amore, fosse solo una parola e le faceva passare attraverso la porticina che portava ai pensieri degli uomini.

Ma nessun poeta, nessun musicista riusciva a pronunciarle perché prive di qualsiasi significato.

Il Puntino e la Nota musicale rimasero per un po’ di tempo nascosti non sapendo ancora bene cosa fare.

Improvvisamente il Puntino tirò un forte respiro e rotolò, tirando con sé anche la Nota fino ai piedi del Re.

Quando il Re li vide aprì i suoi profondi occhi e si abbassò fino a terra, voleva capire se era proprio un punto quello che i suoi occhi stavano guardando.

Ora il Puntino era a un palmo dal suo naso e un po’ tremante disse con voce esile:

“Signor Re io sono un Puntino e sono giunto da voi per dirvi che io so come liberare le parole d’amore dall’incantesimo malvagio…in verità, Signor Re, non sono io che posso liberarla o, almeno non da solo…conosco una Nota musicale che possiede come me il segreto…se riuscirà a credere a quello che dico, l’incantesimo svanirà!

Il Puntino aveva detto tutte le parole, quasi tutte di un fiato e il silenzio piombò su di loro.

Il Puntino era sotto il naso del Re quando, all’improvviso, la Nota musicale, si lasciò risuonare, dolcissima, come dolce è l’ultima nota di un canto d’amore.

Il Re udì quella Nota e vide risplendere in quel minuscolo punto, tutto l’amore strappato al mondo.

Il Puntino e la Nota musicale si guardarono, e si sorrisero,

Gli occhi del Re si riempirono di lacrime, e disse:

Puntino dimmi ciò che c’è da fare ed io lo farò.”

Fu cosi che dalla torre più alta del castello il Re comincio a richiamare le lettere, una ad una, nella sequenza esatta cosi come il puntino gli suggeriva. Nello stesso momento la Nota musicale aveva richiamato tutte le note della canzone che prendevano sottobraccio le lettere ed entravano insieme al castello.

Le note risuonavano l’una dopo l’altra in una melodia meravigliosa e dolcissima, e finalmente le lettere si univano a formare parole d’amore. Ogni nota aveva ritrovato la propria lettera ed ogni lettera la propria compagna.

Il Re apri la porticina che conduceva ai pensieri del Musicista il quale si ritrovò a scrivere nuovamente tutte le parole dimenticate e la melodia che non aveva più parole, ora fu compiuta.

Il Puntino e la Nota musicale furono gli ultimi ad attraversare la porticina in un tripudio di saluti e festeggiamenti.

Il Musicista corse con il suo violino dalla Principessa e cantò e suonò il suo amore per lei e la Principessa, che fino ad allora non aveva più udito nulla, fu pervasa da quel fluire di musica e parole che le sciolsero l’udito ed il cuore.

Fu così che il mondo si riempì di nuovo di parole d’amore, i poeti ricominciarono a scrivere e gli amanti a sussurrarsi silenziosamente parole dolcissime.

FINE

L’universo è buio

“C’è una cosa strana e sconcertante che riguarda il rapporto dell’uomo con il cosmo e che non viene mai detta, ed è il fatto che l’universo in realtà è buio non c’è nessuna luce, le stelle non brillano, il sole non è luminoso, la luna non riflette i suoi raggi, tutto è nero, spaventosamente nero. Perché? Perché la luce esiste solo se ci sono degli occhi e un cervello capaci di trasformare delle onde elettromagnetiche in segnali luminosi coma fa appunto il cervello umano. Le onde elettromagnetiche di per sè non generano luce, tutto è buio nel cosmo e silenzioso, perché senza atmosfera non ci sono suoni. Si potrebbe dire che il cosmo si accende solo quando appare l’uomo che sa non soltanto vedere queste luci, ma interpretarle.”

Super Quark di Piero Angela

Quando scienza e arte si incontrano e diventano un’unica cosa quello che nasce assume le sembianze di qualcosa di divino. Piero Angela in questo poetico stralcio di un servizio di Super Quark ci ha fatto intravedere questa dimensione divina attraverso una sintetica, quanto efficace descrizione del rapporto dell’uomo con il cosmo, del buio di cui siamo circondati, delle onde elettromagnetiche e del cervello che le traduce, ma soprattutto ci ha parlato della capacità dell’essere umano di dare vita alla luce e quindi al buio grazie alla funzione interpretativa.

Come per ogni poesia è possibile tradurre questa citazione in un linguaggio più descrittivo che ci aiuti a riflettere circa l’importanza del rapporto tra l’uomo e il cosmo buio e silenzioso e di come riconnettersi con questo rapporto originario renda l’uomo autentico e, dunque sempre più vicino a sé stesso.

“C’è una cosa strana e sconcertante che riguarda il rapporto dell’uomo con il cosmo e che non viene mai detta, ed è il fatto che l’universo in realtà è buio non c’è nessuna luce, le stelle non brillano, il sole non è luminoso, la luna non riflette i suoi raggi, tutto è nero, spaventosamente nero.”

Secondo la visione offerta dalla teoria dei sistemi possiamo definire il Cosmo come un Tutto, un sistema complesso formato a sua volta da tanti sottosistemi altrettanto complessi. Ogni sottosistema in sé riproduce il grande sistema per effetto dell’isomorfia sistemica ed è composto a sua volta di altri sottosistemi. L’isomorfia ci indica che il tutto è comprensibile attraverso l’osservazione delle sue parti e viceversa (von Bertalanffy, 1968). L’uomo dunque è uno di questi infiniti sottosistemi o parti che nasce dal sistema maggiore (il cosmo) e porta in sé tutte le sue caratteristiche: tra l’uomo e il cosmo si può dire che esiste una corrispondenza funzionale tra sistemi di ordine diverso.

Se apparteniamo al cosmo allora il buio cosmico è la condizione primordiale in cui nasciamo e che esiste ancora prima della condizione di buio a noi più familiare che è il grembo materno.

È come se l’evoluzione dell’essere umano si realizzasse in quattro tempi e fasi: la fase del cosmo; quella dell’utero; la fase del parto e dell’inizio della vita fuori dal grembo materno; la fase o fasi della rinascita.

La prima è la fase del cosmo. Siamo come pulviscolo immerso in un infinito fatto di particelle, protoni, energia, pianeti, stelle, galassie, polvere interstellare. In questa fase siamo nel buio cosmico e nel silenzio e siamo parte di un tutto che ci genera e al quale un giorno ritorneremo. Nasciamo dunque in queste due dimensioni e le portiamo dentro di noi come patrimonio. Una sorta di eredità cosmica lasciataci dal cosmo stesso dove abbiamo vissuto sotto forma di massa indifferenziata, la stessa che poi è diventata materia quando i nostri genitori, da un punto di questo infinito, hanno iniziato a sognarci. Il sogno da cui nasciamo ci apre le porte del grembo materno. Grazie a questo diventiamo progetto che si materializza nella forma di una cellula-uovo che, di lì a poco, si trasforma in un grappolo cellulare che raggiungerà l’utero diventando embrione e poi feto.

Ed ecco la seconda fase: il grembo materno. Durante questo tempo il nostro essere diventati materia è rappresentato da un corpo che assume sempre di più le sembianze di mamma e papà. Immersi nell’acqua e nel buio nascono i nostri organi, si sviluppano i nostri sensi, in primis il tatto e da ultimo la vista. L’utero che ci accoglie non è più silenzioso e impariamo a sentire e a conoscere.

Il primo senso che si sviluppa nel feto è il tatto. I primi recettori iniziano a svilupparsi dalla settima settimana gestazionale e dalla diciassettesima settimana ricoprono tutto il corpo; parallelamente, dalla sesta settimana, si formano le vie nervose che continuano il loro sviluppo fino alla trentesima settimana gestazionale. Il tatto segna i confini del proprio essere ed apre inevitabilmente all’incontro con l’altro che avviene attraverso le pareti dell’utero. Il secondo senso che si sviluppa è il gusto, dall’ottava settimana di gestazione appaiono le papille gustative che raggiungono la loro struttura definitiva intorno alla tredicesima settimana. Dopo tocca all’olfatto e poi all’udito. La struttura anatomica dell’orecchio inizia a formarsi dall’ottava settimana di gestazione, ma raggiunge la sua attivazione funzionale intorno alla trentesima settimana: il feto inizia a reagire agli stimoli uditivi da prima del settimo mese. I rumori percepiti in utero sono i più svariati: il suono che domina è il battito ritmico del cuore materno. La voce materna è il suono che riesce a stimolare maggiormente le emozioni del feto e viene percepita anche dall’interno, accompagnata dal sibilo del respiro. Il senso che si sviluppa per ultimo è la vista: è infatti la funzione sensoriale meno stimolata, sia perché la capacità visiva del feto si sviluppa lentamente, sia perché l’utero non è un ambiente luminoso. La struttura dell’occhio inizia a formarsi già a sette settimane, ma il feto apre le palpebre solo alla ventiseiesima settimana. Da questa sintetica descrizione dello sviluppo degli organi di senso nel feto si evince che la relazione inizia grazie al tatto e la conoscenza visiva arriva in una fase in cui il feto ha già acquisito una serie di informazioni importanti per la sua crescita al di fuori del grembo. Possiamo immaginare il corpo in evoluzione del feto come il luogo delle prime memorie relazionali, memorie di una storia vissuta ancora al buio. 

Perché? Perché la luce esiste solo se ci sono degli occhi e un cervello capaci di trasformare delle onde elettromagnetiche in segnali luminosi coma fa appunto il cervello umano.

Dopo nove mesi il nuovo passaggio alla terza fase della nascita, il parto, l’espulsione del bambino al di fuori dell’utero verso il mondo illuminato. Da questo momento in poi accade una cosa sorprendente, l’essere che ha vissuto gran parte della sua vita al buio, inizia a dimenticarsi di questa dimensione e a cercare la luce. L’uomo passa così una vita a cercare di illuminare anche quell’infinito buio da cui proviene grazie alle straordinarie potenzialità che possiede e man mano allena. Questi, dotato di raffinati organi di senso e di un cervello plastico, inizia ad illuminare il mondo e man mano che si illumina lo conosce, gli dà un senso e un nome. Che poi è in piccolo quello che succede all’individuo stesso che, una volta fuori dal corpo della madre, inizia, grazie ai sensi, alla mente e alle relazioni, a dare un nome alle cose e persone significative che incontra man mano che cresce. E così facendo dà un senso a sé stesso.

L’invito di Piero Angela a ricordarci che il cosmo è buio e silenzioso ci spinge a guardare oltre e a considerare la nostra quarta fase: la rinascita. Vivere la vita riprendendo il tema del buio e del silenzio cosmico insito dentro di noi significa mettersi alla ricerca del buio nel quale ritrovare l’essenza della nostra stessa esistenza e attraverso essa sperimentare l’autenticità. La psicoterapeuta napoletana e scrittrice Maria Serena Mastrangelo descrivendo l’autenticità scrive:

“…Ed è meraviglioso quando si comincia a sentire una continuità tra il dentro e il fuori, dà un  otevole senso di pace e di libertà…mi hanno fatto sperimentare quanto è illusorio e ridicolo sia ogni tentativo di separarsi dal tutto…Il confine ci fa dimenticare che apparteniamo all’universo e che siamo sempre in collegamento, quindi cercare la continuità del nostro essere è fondamentale” (Pensieri bonsai, p. 80-81, 2018).

Il nostro confine più evidente è quello corporeo, quello spazio che occupiamo nell’ambiente visibile, poi c’è un confine meno visibile dato dal mondo dei pensieri e infine il confine che meno conosciamo quello definito dal mondo delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Al di fuori di noi poi ci sono i confini dati dalle nostre case, le nostre città e man mano, i confini nazionali, continentali, terrenei. Ognuno di questi confini definisce chi siamo, quali valori e credenze portiamo in noi, quali abitudini e tradizioni seguiamo. Questi confini che fungono da elementi che ci caratterizzano e ci differenziano l’uno dall’altro diventano spesso prigioni nelle quali trascorriamo la nostra vita. Se riuscissimo ad acquisire la consapevolezza del confine universale pur mantenendo i nostri confini corporei, spirituali, quanti pensieri diversi potrebbero occupare la mente, quante emozioni potrebbero colorare le nostre giornate, quante azioni inedite i nostri corpi potrebbero realizzare. Conoscere sempre di più tutto questo in fondo equivale a riconoscere dentro di sé di appartenere ad un universo. Il confine dunque dato dalla luce rischia di farci dimenticare la nostra essenza, ritrovarla è fondamentale per poter vivere come autori delle nostre nuove storie presenti e future. Il segreto dell’autenticità delle storie che scriveremo sta nel ritrovare e risentire dentro di sè la continuità tra il cosmo buio e noi.

L’immagine che rappresenta tutta questa potenzialità è quella del cielo stellato. Come un grande specchio sulla nostra testa possiamo rifletterci nel buio del cosmo e ritrovare la nostra persona. Anche nel primo capitolo della Bibbia leggiamo “Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.” (Gn. 1,27). Siamo dunque immagine di Dio, immagine dell’universo, siamo esseri straordinari. L’uomo dovrebbe esercitarsi a vivere nella consapevolezza di questa straordinarietà per tornare un giorno all’infinito degno del percorso fatto sulla terra.

Le onde elettromagnetiche di per sè non generano luce, tutto è buio nel cosmo e silenzioso, perché senza atmosfera non ci sono suoni. Si potrebbe dire che il cosmo si accende solo quando appare l’uomo che sa non soltanto vedere queste luci, ma interpretarle.”

Piero Angela conclude con la grande capacità dell’uomo di interpretare il mondo buio e, nell’atto in cui elabora la sua interpretazione, di dargli luce. La capacità interpretativa è la possibilità di dare un senso alla vita, questo illumina quello che stiamo cercando, lo stesso processo avviene quando si illumina una pensiero attraverso un’intuizione, un’emozione attraverso i sensi, un’immagine che appare come tirata fuori da uno scatolone.

Per interpretare si usa la mente non corporea, non archetipica, quella che non segue le leggi dell’universo, quella potremo dire tecnica che attiva le strutture cognitive che abbiamo sviluppato nel tempo. La mente corporea invece porta in sé la memoria delle origini e questa ci consente di illuminare il mondo di una luce nuova, più complessa.

Si comprende che la conoscenza massima si ottiene dall’integrazione di queste due parti della mente non corporea e di quella corporea, perché solo così l’uomo potrà illuminare il suo mondo e il cosmo sopra di lui di una luce inedita, propria, originale. Per poter interpretare e dunque conoscere l’uomo deve poter guardare il mondo dentro e fuori, deve avere uno sguardo capace di vedere la straordinarietà e la bellezza dell’essere, del vivere e dell’appartenere a quell’universo buio.

________________________________

Angela P., L’universo è buio, Super quark, 2018

Mastrangelo Maria Serena, Pensieri bonsai. L’utilità di piccole riflessioni quotidiane, Edizioni Del Faro, p. 80-81, 2018

von Bertalanffy L., Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppi, applicazioni, ILI, 1968.